Oltre il confine del tempo: intervista ad Antonello Romagna e al suo mistero de “L’uomo del futuro”

Nel panorama del thriller italiano contemporaneo, c’è una voce che sta catturando l’attenzione degli amanti del mistero più profondo. Parliamo di Antonello Romagna (noto anche con lo pseudonimo di Romagna RAN), autore torinese che ha saputo fondere magistralmente la tensione psicologica con l’indagine metodica del sovrannaturale. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la genesi del suo romanzo cardine, L’uomo del futuro, e la visione letteraria che unisce le sue storie.

L’intervista

D: Antonello, benvenuto. Le tue opere si muovono su un filo molto sottile, sospeso tra il thriller psicologico e il paranormale. Come riesci a bilanciare questi due mondi senza scivolare nei classici cliché dell’horror?

Antonello Romagna: Grazie a voi. Il segreto, per me, sta tutto nell’approccio dei personaggi. Non volevo scrivere la classica storia di fantasmi dove si urla e si scappa. Nei miei libri, l’interazione con l’aldilà o con ciò che non comprendiamo viene affrontata in modo quasi scientifico, razionale e metodico. La vera paura non nasce da un mostro che salta fuori dal buio, ma dalla mente umana che cerca di decifrare l’impossibile. La tensione psicologica cresce quando la logica stringente si scontra con l’inspiegabile.

D: Questo approccio emerge chiaramente in “L’uomo del futuro”, che rappresenta il fulcro del tuo universo narrativo. Com’è nata l’idea di questa storia?

AR: Questo romanzo nasce dall’ossessione per i legami invisibili che il tempo non riesce a spezzare. Volevo esplorare il concetto di “confine”. La trama si sviluppa su due binari temporali paralleli: da un lato c’è il presente dei protagonisti, fatto di traumi moderni, e dall’altro c’è il fascino cupo e l’erudizione storica della Parigi di fine Ottocento. Il ponte tra queste due epoche è una casa abbandonata, un luogo fisico dove il tempo si ferma e il confine tra la vita e la morte si assottiglia drasticamente.

D: Le ambientazioni storiche e cupe sembrano quasi dei personaggi veri e propri nei tuoi scritti. Che ruolo ha per te la ricostruzione del passato?

AR: Fondamentale. Il passato non è mai davvero “passato”. Parigi di fine Ottocento ha un’atmosfera unica: è il secolo del progresso scientifico, ma anche della nascita dello spiritismo moderno. Questo contrasto mi affascina. Ricostruire i dettagli storici serve a dare credibilità e peso alla vicenda. Quando il lettore entra in quella casa abbandonata, deve respirare la polvere del presente ma anche l’eco delle carrozze e dei segreti di un secolo fa.

D: Al di là dei colpi di scena e della suspense, cosa speri che rimanga impresso nel lettore una volta chiuso il libro?

AR: Mi piace pensare che il thriller sia solo un mezzo per esplorare temi più grandi. L’uomo del futuro è, alla radice, una profonda riflessione sull’esistenza. Parla dell’elaborazione del lutto, del peso del destino e di come ognuno di noi si relazioni con il mistero del tempo. Spero che il lettore, oltre ad aver provato qualche brivido, si fermi a riflettere su quanto il nostro futuro sia in realtà influenzato dalle “ombre” che ci lasciamo alle spalle.

Luca Fiore
Luca Fiore
Nato a Torino, ma di origini romane. Patriota e umanista da sempre. Giornalista, politologo e Ufficiale Commissario del Corpo Militare di Croce Rossa. Appassionato di tematiche storiche e geopolitiche.

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