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domenica 25 Settembre 2022

Il Vermut, la storia di Torino in un bicchiere

Il Vermut di Torino non è solo un aperitivo ma un pezzo di storia della città e di tutto il Piemonte. Ecco quali sono le caratteristiche ufficiali che lo distinguono dalle altre bevande

Si può chiamare vermut ma anche “vermutte”, “vermouth” o, in piemontese, “vèrmot”, ma si parla sempre della stessa bevanda tipica di Torino. Fa parte della storia di questa città e, assieme ai vini, caratterizza la regione dal punto di vista enologico.

Il vermut si usa soprattutto come aperitivo ma talvolta anche per cucinare carni. La sua popolarità è anche data dalla sua diversità; esistono vari tipi di vermut, distinti per principalmente per gusto (dal dolce al secco) e per colore (dato in genere da caramello o dal colorante stesso).

Di sicuro il marchio più famoso in merito è Martini, storica azienda di Torino che dà il nome a tanti cocktail, tra cui anche il noto Negroni. Citiamo poi il famigerato “Punto e Mes”, il “punto e mezzo” sulla cui origine aleggia una leggenda tipica che ogni vero torinese ha sentito almeno una volta in vita.

Il vermut è appunto una bevenda fortemente legata al territorio e alla sua storia. Vediamo quindi di raccontarla in maniera veloce.

La storia del Vermut

Il vermut si produce utilizzando l’artemisia maggiore, una pianta erbacea dalla quale viene distillato anche l’assenzio. Nasce come vino liquoroso usato negli eserciti nell’impossibilità di ottenere scorte di vino sufficienti; si diffuse principalmente in Francia, nostra vicina di casa sotto più aspetti.

La diffusione del vermut è avvenuta nel 1786 a opera di Antonio Benedetto Carpano, un nome che molti torinesi conoscono perché è anche quello dell’azienda che storicamente produce la bevenda.

Gli storici manifesti pubblicitari della Carpano

Un oggetto tipico della città sono infatti i manifesti degli anni ’50 che pubblicizzano il prodotto; particolarmente noto è quello rappresentante il brindisi tra il re simbolo dell’azienda e vari personaggi storici come Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone.

La comparsa ufficiale del vermut  avviene nel 1833 sulla “Gazzetta di Milano” che pubblicizza un “nuovo e vero vino balsamico detto Vermut di Torino”. L’idea infatti è quella di promuovere una bevanda dallo scopo quasi medico. Solo col tempo verrà associato all’aperitivo così come accade oggi.

Un apertivo ufficiale

L’ufficialità del vermut arriva trent’anni fa con la nascita dell’indicazione geografica “Vermouth di Torino”; il 22 marzo del 2017 è stato invece stilato il disciplinare (ovvero la norma di legge che definisce un prodotto) della bevanda.

Essendo un prodotto che deriva dal vino, secondo il disciplinare il vermut torinese si produce esclusivamente con vini italiani, sia bianchi che rossi. I primi sono preferibili perché danno un carattere più puro, mentre i secondi (in genere più amari) possono essere corretti aggiungendo caramello di zucchero.

Il punto decisivo che caratterizza il vero vermut è la gradazione alcolica, stabilita in 16 gradi (minimo) e 17 per la tipologia “superiore”. Molti vermut, avendo una gradazione che si aggira intorno ai 14,5 gradi, non hanno la denominazione ufficiale.

Tipologie e quantità precisa di erbe (in primis l’artemisia) e dolcificanti sono gli ultimi elementi che completano il disciplinare. Questi ingredienti vanno inseriti nelle giuste dosi, altrimenti si ottengono prodotti che non sono classificabili come vermut.

Danilo D'Acunto
Danilo D'Acunto
Dopo una formazione classica ho proseguito gli studi specializzandomi con lode in Archeologia e Storia dell'Arte Antica presso l'università Federico II di Napoli. Da anni mi occupo di divulgazione e promozione culturale guardando con interesse tutti i campi del settore, dalla letteratura all'enogastronomia, passando per arte, storia e fumetto.

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