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venerdì 30 Settembre 2022

“Siamo tutti Ferrari nel deserto”: intervista a Rodolfo Marasciuolo, il giardiniere dei sogni

Rodolfo Marasciuolo ci ha concesso un'intervista esclusiva. Ecco i segreti e le storie che si trovano dietro le sue opere

Incontrare Rodolfo Marasciuolo, di cui abbiamo già parlato un precedente articolo che ha riscosso un discreto successo, significa innanzitutto incontrare una bella persona. Parlare con lui è piacevole, e penso che a suo modo sia una di quelle occasioni che ti rimangono dentro. Bastano pochi minuti e di lui se ne scopre prima di tutto la gentilezza, poi la sensibilità e infine la pienezza.

Pienezza perché è una persona che ha cose da raccontare, ma soprattutto ha cose da creare. Dentro di lui c’è un microcosmo di idee e di sensazioni che si trascina dietro da sempre e che talvolta inciampano nella realtà, prendendo la forma delle opere che realizza.

Con lui si assiste in pieno a uno di quei casi in cui il lavoro realizzato rispecchia perfettamente l’universo di sentimenti che l’autore ha dentro. La delicatezza, la fantasia, la magia e perfino la semplicità delle sue opere non sono altro che lo specchio del suo mondo interiore.

Ho avuto la fortuna di conversare a lungo con lui e questo riportato di seguito non è che solo uno stralcio delle tante cose interessanti che ci siamo detti.

L’intervista a Rodolfo Marasciuolo

DD: Ciao, Rodolfo, e grazie per quest’intervista. I tuoi lavori raccontano una storia e in alcuni casi questa storia è divisa in “puntate” che cambiano di anno in anno, come ad esempio le opere installate ai giardini La Marmora negli ultimi 5 anni. Puoi raccontarcela?

RM: Certo. Innanzitutto l’opera racconta “il sogno di un incontro”, vale a dire il desiderio di incontrare qualcuno, un sentimento che tutti noi in qualche modo abbiamo. Non è un caso che ai due ingressi del giardino si trovino due siepi a forma di cuore, due anime che si sono incontrate.

La storia si rinnova ogni primavera, ed è iniziata 5 anni fa con l’arrivo di un uomo su un velocipede, dopodiché si siede su una panchina ad aspettare. Evidentemente aspetta qualcuno cui è legato da un sentimento perché ha una rosa in mano. Sul velocipede ci sono un gatto e delle farfalle.

La storia va avanti nella primavera successiva. Vediamo la panchina con sopra solo un libro e una farfalla (le farfalle, assieme ai gatti, sono tra i miei animali preferiti e quelli che introduco più spesso all’interno delle opere). L’uomo è andato via, ha atteso invano qualcuno che non è arrivato.

Nella terza “puntata” compaiono l’uomo e una donna insieme a cavalcioni su una bicicletta. È ciò che l’uomo immaginava durante la sua attesa sulla panchina: inizia così il racconto del suo sogno, una storia nella storia. La donna ha in mano la rosa che l’uomo aveva portato con sé all’inizio.

Questa immagine simboleggia il lungo cammino che i due si preparavano a fare insieme. Un cammino spensierato, gioioso, con la bici che suggerisce l’idea di primavera, cioè quando la natura si rinnova e rinverdisce. Nasce una nuova vita, insomma, ed è anche il motivo per cui rinnovo le mie sculture in questo periodo.

La quarta primavera presenta il continuo del sogno. C’è una finestra aperta al cui interno si vedono il profilo dell’uomo e della donna che si baciano. La finestra sta letteralmente incorniciando il loro amore e intorno vediamo le farfalle e il gatto visti sin dall’inizio.

Nell’ultima puntata, per adesso, si vede una donna che innaffia fiori e regge un ombrellino per ripararsi dal sole. Il velo di suddetto ombrellino, tra l’altro, è stato cucito all’uncinetto da mia madre. L’immagine della donna che si prende cura del giardino vuole intendere il prendersi cura di qualcuno.

Si prende cura dell’amore stesso, lo coltiva, lo fa crescere. Una cosa che penso le donne tendano a fare più spesso rispetto agli uomini. Tanti aspetti dell’amore noi maschi li diamo per scontati durante la vita di coppia.

La storia prevede un’ultima puntata che sarebbe dovuta esserci quest’anno, ma il Covid e altri impedimenti hanno spostato l’appuntamento all’anno prossimo.

  • Rodolfo Marasciuolo
  • Rodolfo Marasciuolo

DD: In questa storia la panchina ha un ruolo importante, ed è un elemento che torna spesso nei tuoi lavori. Come mai?

RM: Le panchine mi piacciono molto. Sono un luogo di attesa, ma anche un luogo di incontri. Sono anche un osservatorio dal quale è possibile vedere il mondo, le persone. Anche un punto di riflessione, buone per prendersi un momento di solitudine o per condividerlo con un’altra persona.

È stato proprio per questo motivo che è nata la scultura dei “lampioni innamorati”. La scultura nasce con un solo lampione e un gatto, dopodiché col tempo quel lampione ha iniziato a sembrarmi triste e allora ho deciso di fargli una compagna. Adesso quella panchina è diventata il luogo in cui si incontrano per sempre.

Le panchine sono anche parte del mio lavoro. Le sculture e parti in legno che realizzo provengono dalle loro assi rotte (Marasciuolo utilizza solo ed esclusivamente materiali buttati e oggetti di recupero per creare le sue opere, NdA). Su queste assi ho trovato spesso scritte che mi hanno colpito molto, sia per il loro senso, sia perché sono diventate testimonianze di altre persone.

Una delle più belle che ricordo è “siamo tutti Ferrari nel deserto”. In questa frase ho visto tutta la bellezza dell’essere umano, la sua potenzialità. Una forza che spesso, purtroppo, soffochiamo e lasciamo morire perché siamo incapaci di esprimerla al meglio.

Un’altra, che considero una delle dichiarazioni d’amore più belle mai lette, è “colorami di te”. Io che ho un legame profondo con i colori, in particolare con quelli dei fiori, l’ho trovata stupenda. Donare i propri colori a qualcuno/a è un gesto d’amore profondamente poetico.

DD: Quando hai iniziato a creare questi lavori e perché?

RM: A questa domanda mi viene sempre da rispondere “non ho mai smesso”, perché in qualche modo la voglia di creare me la sono sempre portata dentro esprimendola in vari modi nel corso del tempo. Però se vogliamo dare un momento preciso, ho iniziato con le Olimpiadi Invernali del 2006. Mi hanno chiesto di fare qualche decorazione in merito e ho realizzato i 5 cerchi del simbolo.

La verità è che io mi ritrovo a completare un lavoro fatto da altri. Io sono un giardiniere, non un artista. I veri artisti sono i miei colleghi, la vera opera d’arte la fanno loro. Le composizioni che creano, la sistemazione dei fiori, la cura che mettono nel loro lavoro ogni giorno: quelli sono i veri quadri, le vere pennellate. Io faccio solo delle cornici.

Penso che non ci possa essere una pittura più bella di quella della natura. Le piante e i fiori che vivono in natura sono la più alta forma di bellezza, perché è una bellezza viva, che ti parla. I fiori ci sorridono.

DD: C’è una scultura alla quale sei particolarmente affezionato?

RM: Le opere sono un po’ come i figli, è difficile avere una preferenza. Ma se proprio devo sceglierne una direi quella del libro rinchiuso in una voliera, dalle cui pagine aperte fuoriescono farfalle. Scelgo quello perché l’idea che volevo esprimere me la portavo dentro da tanto tempo, da anni.

È un concetto che sentivo ma non capivo con che immagine esprimerlo, fin quando non ho visto la foto di un detenuto che leggeva un libro, reggendolo con le mani che fuoriuscivano dalle sbarre. Allora lì ho visualizzato l’idea che volevo esprimere, quella libertà che solo la lettura e la fantasia è in grado di darti.

Ricordo con piacere anche un’altra, “fata che gioca a campana”. Perché il gioco è un elemento che ci caratterizza, e perché mi ha sempre affascinato il fatto che la “campana” (o “settimana”) è un tipo di gioco che esiste in tutto il mondo, in tutte le nazioni, tutte le culture.

DD: Nelle tue opere c’è tanto amore, in tante forme. Che cos’è l’amore, Rodolfo?

RM: Se avessi la risposta te la darei. Su cosa sia l’amore si possono dire frasi retoriche ma forse non la verità. E questa forse è appunto un’altra frase retorica. Penso però che la più alta forma di amore sia quello di una madre verso i figli. È probabilmente quello più puro, incondizionato e profondo.

DD: Rodolfo, grazie per quest’intervista, per la gentilezza e la disponibilità. E soprattutto grazie per il tuo lavoro.

RM: Grazie a te, è stato un piacere.

Mi saluto con Marasciuolo e già penso a tutte le parole che, per ovvie ragioni di lunghezza, non riuscirò a inserire nell’articolo. Varrebbe davvero la pena condividere ogni suo pensiero e posso solo sperare che questo breve dialogo renda almeno un po’ di giustizia alla bella persona che è, e in particolare al suo lavoro, tanto come giardiniere quanto come Demiurgo di lampioni innamorati

Danilo D'Acunto
Danilo D'Acunto
Dopo una formazione classica ho proseguito gli studi specializzandomi con lode in Archeologia e Storia dell'Arte Antica presso l'università Federico II di Napoli. Da anni mi occupo di divulgazione e promozione culturale guardando con interesse tutti i campi del settore, dalla letteratura all'enogastronomia, passando per arte, storia e fumetto.

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4 COMMENTS

  1. Ho incrociato il Signor Marasciuolo anni fa mentre andavo a teatro con mia madre e abbiamo parlato con lui, un vero poeta gentile, e la foto che ci ha scattato vicino alla dama che annaffia i fiori… è per me speranza di potergli nuovamente parlare e di vedere nuove meraviglie

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